Domenica, 27 Novembre 2016

Non-scuola, teatro, adolescenti e classici. Martinelli ci racconta l’amore

LAMEZIA. La felicità si può scegliere. A raccontarlo è il documentario L’eresia della felicità (2016), regia di Alessandro Penta, che descrive l’esperienza di Marco Martinelli con Creazione a cielo aperto per Vladimir Majakovskij. Il film ha aperto l’incontro di questa mattina al TIP Teatro, organizzato dalla libreria Sagiolibri di Savina Ruberto in collaborazione con Scenari Visibili, il cui direttore artistico Dario Natale ha conversato con Marco Martinelli del rapporto tra i grandi classici, gli adolescenti e il teatro.

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La felicità è una scelta che oggi diviene eresia, una sfida al prestabilito, a ciò che è già stato scelto. Imposto. L’eresia della felicità però non è un sogno. Forse lo è stato in principio, ma poi ha assunto caratteri di concretezza, è divenuta una realtà che per cinque giorni ha sconvolto Milano colorandola di giallo, riportando al centro dell’attenzione la poesia, la bellezza e le carezze. Le cinque giornate di Milano, le cinque giornate dei duecento adolescenti che hanno seguito Marco Martinelli nella realizzazione del suo sogno e che il regista teatrale ravennate ripercorre nel suo recente libro Aristofane a Scampia (Ponte alle Grazie).

aristofane a scampia

In sostanza, ciò di cui si è discusso oggi è stato l'amore: l'innamoramento dei duecento in maglia gialla di Creazione a cielo aperto per Vladimir Majakovskij, l'incontro dei ragazzi di Napoli che dai quartieri bene a Scampia hanno scoperto e riscoperto La pace di Aristofane, l'emozione dei ragazzi lametini di Capusutta presenti all’incontro con Martinelli, la forza di un teatro che non rinuncia a rompere le righe catapultando i classici nella realtà. La bellezza, l’impegno e la passione di Rosy De Sensi, ricordata con affetto da Martinelli e da quanti hanno condiviso con lei la genesi di Capusutta. “Non si chiude tutto con la morte”, ha affermato con convinzione il regista, “Non abbiamo prove che sia finita lì”. Per questo chi ci ha lasciati, come Rosy, non lo ha fatto per sempre.

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Martinelli ha raccontato l’esperienza (o le esperienze) della non-scuola. “Un giocare al teatro coi ragazzi. Anzi irrompere nel teatro coi ragazzi. Poi in realtà sono loro che ti ‘insegnano’ il teatro. Ti mostrano la vita che irrompe”. Pertanto è apparso necessario che questa irruzione di vitalità non escludesse i classici, ma anzi li comprendesse, perché “i classici e gli adolescenti sono come dei legnetti che se li sfreghi gli uni contro gli altri fanno scintille”. Ecco, quelle scintille costruiscono una realtà nuova, uno spazio nel quale la carezza di uno sconosciuto ci commuove, apre il nostro cuore e ci consente di tendere le orecchie preparandoci all’ascolto. “Il classico serve per accendere il senso di vita. Una volta acceso il fuoco, provocata l’esplosione, quel classico s’inserisce nel pezzo di realtà che si sta vivendo. Ma non funziona se non sei innamorato di quel frammento di vita. La non-scuola è nata per accendere proprio queste emozioni”.

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Marco Martinelli narra nel suo libro della non-scuola e dell’innesto dei classici tra gli adolescenti, dicendoci senza troppi giri di parole che questi non sono degli alieni in simbiosi solo coi propri smartphone, ma ragazzi “entusiasti, capaci di donare tempo e passione al lavoro teatrale, attenti e concentrati, vulcani di energie insospettate, […] capaci di commuoversi vedendo i propri compagni lottare contro le difficoltà, capaci di passare dalle botte sfrenate alle carezze, dal caos e dalle urla a un silenzio quasi religioso, affamati di affetto e tenerezze, desiderosi […] che quella vita rovesciata, non finisca mai. In una parola: innamorati”. E l’amore, come il fuoco, va alimentato. Non è forse questo il compito ultimo dei classici?

Daniela Lucia